Eugenio Montale

Il Palio

La tua fuga non s’è dunque perduta/ in un giro di trottola/ al margine della strada:/ la corsa che dirada/ le sue spire fin qui,/ nella purpurea buca/ dove un tumulto d’anime saluta/ le insegne di Liocorno e di Tartuca./ Il lancio dei vessilli non ti muta/ nel volto; troppa vampa ha consumati/ gl’indizi che scorgesti; ultimi annunzi/ quest’odore di ragia e di tempesta/ imminente e quel tiepido stillare/ delle nubi strappate,/ tardo saluto in gloria di una sorte/ che sfugge anche al destino. Dalla torre/ cade un suono di bronzo: la sfilata/ prosegue fra tamburi che ribattono/ a gloria di contrade./ E’ strano: tu/ che guardi la sommossa vastità,/ i mattoni incupiti, la malcerta/ mongolfiera di carta che si spicca/ dai fantasmi animati sul quadrante/ dell’immenso orologio, l’arpeggiante/ volteggio degli sciami e lo stupore/ che invade la conchiglia/ del Campo, tu ritieni/ tra le dita il sigillo imperioso/ ch’io credevo smarrito/ e la luce di prima si diffonde/ sulle teste e le sbianca dei suoi gigli./ Torna un’eco di là: ‘c’era una volta…’/ (rammenta la preghiera che dal buio/ ti giunse una mattina) «non un reame, ma/ l’esile/ traccia di filigrana/ che senza lasciarvi segno/ i nostri passi sfioravano./ Sotto la volta diaccia/ grava ora un sonno di sasso, la voce dalla/ cantina/ nessuno ascolta, o sei te./ La sbarra in croce non scande la luce per/chi s’è smarrito,/ la morte non ha altra voce/ di quella che spande la vita»./ ma un’altra voce qui fuga l’orrore/ del prigione e per lei quel ritornello/ non vale il ghirigoro d’aste avvolte/ (Oca o Giraffa) che s’incrociano alte/ e ricadono in fiamme. Geme il palco/ al passaggio dei brocchi salutati/ da un urlo solo. È un volo! E tu dimentica!/ Dimentica la morte/ toto coelo raggiunta e l’ergotante/ balbuzie dei dannati! C’era il giorno/ dei viventi, lo vedi, e pare immobile/ nell’acqua del rubino che si popola/ di immagini. Il presente s’allontana/ ed il traguardo è là: fuor della selva/ dei gonfaloni, su lo scampanío/ del cielo irrefrenato, oltre lo sguardo/ dell’uomo – e tu lo fissi. Cosí, alzati,/ finché spunti la trottola il suo perno/ ma il solco resti inciso. Poi, nientr’altro.

Pubblicato da Litteratour