2019SI

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2019SI

Federigo Tozzi

Bestie

E così, molte volte, escivo solo, di notte, scansando anche i lampioni. Per lo più andavo fino alla Piazza dei Servi, tutta pendente dalla scalinata della chiesa, con due abeti in mezzo a due piccoli prati, divisi tra loro dalla imboccatura della strada. Accanto alla Chiesa, un convento, quasi di faccia, un angolo: di là dal muro, Siena con tutta la sua torre.

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2019SI

Federigo Tozzi

Con gli occhi chiusi

Notò che d'estate, verso sera, nella Piazza del Campo rimane una luce pallida e tepida, un avanzo del meriggio; simile alla luce d'una lanterna, che illumini soltanto là dentro; mentre le persone, che attraversano quello spazio, sembrano lontane nel tempo, con un silenzio indefinibile. Foto di Maurizio Serra

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2019SI

Federigo Tozzi

Tre Croci

Scesi dal vicolo di San Vigilio, si trovarono al palazzo Piccolomini: uno dei suoi spigoli pareva rasente alla torre; come se fosse stata staccata da esso con un taglio. E il palazzo, di pietra, con le finestre inferriate, fa sempre un'impressione, ch'é addolcita dalle logge, benché deserte e polverose, chiuse dalla vecchia cancellata.

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2019SI

Federigo Tozzi

Tre croci

...ed egli guardava Siena come se la vedesse per la prima volta. Era tentato, perfino, di domandare quale strada dovesse prendere! Si fermò, con le mani dietro la schiena, a guardare la basilica di San Francesco; già scura d'ombra. Dirimpetto, né meno a mezzo chilometro, il pendio d'una collina era invece ancora chiaro; e, tra essa e la basilica, la vallata che s'allarga in pianura, non smettendo fino ai monti lontani, era azzurrognola e placida; con anche certi colori di grigio quasi bianco. Un cipresso, da sopra una sporgenza che non si vede, pareva sospeso sopra alla pianura. Sotto San Francesco, le case d'Ovile; sospinte e sdrucciolate giù per lunghi scarichi.

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Carlo Cassola

La ragazza di Bube

Improvvisamente Mara fu investita da una luce violenta. Guardò fuori: era un lampione; ne sopraggiunse un’altro, infisso in un muro; poi l’autobus imboccò una strada fiancheggiata da una fila di casette contigue, con le finestre piccole, e pentole e vasi coi fiori sui davanzali. « San Lazzero » si udì la voce del fattorino « chi scende a San Lazzero? » Ma già tre o quattro persone si erano preparate per scendere.

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Bartolomeo Sestini

La Pia dei Tolomei, leggenda romantica

L'autore a chi legge [...] Di quanto interesse e di qual bellezza sieno però i fatti italiani avvenuti nei feroci, melanconici e superstiziosi tempi delle fazioni, lo denotano alcuni di essi per incidenza cantati dal Dante, e i poemi romantici dei forestieri, che ora tradotti e letti con avidità in Italia, ci mostrano sovente tolti dal silenzio degnissimi argomenti della nostra istoria sui quali tacciono, e non a buon diritto, gli ausonici vati. Per questo io reputo che una leggenda romantica di argomento del tutto italiano, sia capace di ricevere i colori poetici usati in tali materie dai riferiti nostri romanzieri, e meno disgradevole in questo secolo, che altre materie di poesia delle quali sovrabbondiamo; e per questo io publico la Pia, soggetto per sé medesimo caro a chiunque ha letti i quattro misteriosi versi della Divina Commedia, che ne fanno menzione, e che tessuto su quanto nelle Maremme ho raccolto da vecchie tradizioni e da altri documenti degni di fede, mi ha dato campo di descrivere alla foggia dei Greci alcuni celebri casi e luoghi della Patria, e gli antichi castelli feudali, e gli abiti e le esequie, e i costumi dei nostri antenati, e di presentare una catastrofe d'onde si può trarre alquanta morale, e finalmente d'onorare e difendere l’ancor giacente memoria di quella bell’anima che sì affettuosamente raccomandavasi nel Purgatorio al troppo avaro Poeta, acciocché di lei si ricordasse ritornando sulla terra ov'ella a torto avea perduta la vita e la fama.

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2019SI

Esther Biancotti

Oscar Staccioli. Tra figurazione e astrazione

Oscar Staccioli è senese e lo si legge chiaramente, anche dal minimo segno con il quale sagoma le sue sculture, dai volti scavati dal tratto espressivo della sua matita, dall'irruenza festosa, ma di festa di popolo com'è il Palio, del colore che si dilata, esplode, avanA sulla forma come il rivolo di vicoli che, da piazza del Campo, a ragnatela scendono e salgono i colli sui quali la città si è sviluppata.

Pubblicato da disegnik

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Anna Luisa Pignattelli

Nero Toscano

I primi tempi a Accona, Buio aveva avuto anche un cane, fumo. Era bianco e nero, con uno sguardo serio e severo. Era stato eliminato con una polpetta. Sospettava che fosse stato Spino, il bracconiere: si aggirava per quelle terre a caccia di qualsiasi essere animato, cospargendo il terreno di trappole e sparando alla selvaggina nottetempo, invidioso della vita altrui, mosso dal solo desiderio di annientarla, come se anche lui non fosse stato vivo e al posto dell'anima ci avesse avuto un sasso. Quando sentiva la presenza di Spino nei paraggi, Fumo smaniava quasi avesse fiutato un'orda di diavoli.

Pubblicato da Irymind

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Massimo Decimo Meridio

Il Gladiatore

La mia casa è sulle colline di Trujillo. Un posto molto semplice, pietre rosa che si scaldano al sole e un orto che profuma di erbe di giorno e di gelsomino la notte. Oltre il cancello c'è un gigantesco pioppo, fichi, meli, peri. Il terreno, Marco, è nero, nero come i capelli di mia moglie, vigne e sui declivi a sud, olivi su quelli a nord, cavallini giocano con mio figlio che vuole essere uno di loro.

Pubblicato da Litteratour

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Carlo Cassola

La ragazza di Bube

"Il desinare fu silenzioso. Bube era più impacciato che mai, e anche a Mara seccava di parlare in presenza della madre. Questa rivolse la parola a Bube una volta soltanto, per chiedere se a Volterra si trovava il sale. Bube rispose di sì, e assicurò che si sarebbe incaricato di fargliene avere un pacchetto."

Pubblicato da TorinoAnni10

2019SI

Carlo Cassola

La ragazza di Bube

[...] "Siamo vicini!" Gridò Mara eccitatissima. Era andata molte altre volte a Colle, in bicicletta e anche a piedi; ma stavolta la gita aveva il sapore di un'avventura. Sorpassarono un baroccio, poi due contadine [...] " Sai che oggi c'è il mercato a Colle?" disse Mara. E anche questo la rendeva allegra. [...]

Pubblicato da MichelaEremita

2019SI

Carlo Cassola

La ragazza di Bube

Sorpassarono un barroccio, poi due contadine che camminavano una dietro l’altra sul bordo erboso, con una cesta in capo e le scarpe in mano; poi tre uomini, che camminavano in mezzo alla strada parlando forte. «Sai che oggi c’è mercato a Colle?» disse Mara. E anche questo la rendeva allegra. Il falsopiano stava per finire. Colle era nascosta dietro il ciglio: se ne scorgevano solo poche case, e una porta merlata, verso cui puntava diritta la strada. Ma loro presero a sinistra, per un viale di platani, che s’incassò sempre più profondamente tra una forra e un fosso di scarico, di là dal quale si levava il bastione delle case, con le finestre piccole, i panni tesi, un’aria vecchia e tetra. Descrivendo un’ampia giravolta, il viale sbucò infine nella parte bassa del paese, fra tettoie, capannoni, piccole ciminiere; e macerie, anche, su cui cresceva un’erbaccia polverosa. Il selciato sconnesso e i passanti sempre più numerosi costringevano Bube ad andare piano e a scampanellare in continuazione. Scesero in piazza, con gran sollievo di Mara, che cominciava a sentirsi indolenzita. «Io vado a lasciare la bicicletta in sezione; tu aspettami qui con la valigia.» Bube stette un bel po’ a tornare, ma lei non si annoiò certo: lo spettacolo di tutta quella gente, gente di campagna per lo più, che veniva a fare il mercato, era sufficiente a distrarla. Un uomo la urtò, un altro, che camminava rivoltato indietro, inciampò nella valigia; uscì in un’imprecazione, ma vedendo Mara sorrise: «Per poco non cascavo, bellezza» e lei gradì il complimento. Arrivò Bube: «La sezione era sempre chiusa, la bicicletta l’ho dovuta lasciare al posteggio.» La prese sottobraccio: «Andiamo a far colazione». In quel caffè, il migliore di Colle, Mara c’era entrata una volta o due soltanto. I tavolini erano di ferro, coi tondi di marmo; il banco, di legno scolpito. «Ti vuoi sedere?» le domandò Bube. «O si consuma in piedi?» Mara ci pensò un momento: «E’ meglio in piedi» disse. A farla decidere era stata la specchiera annerita dietro il banco. «Allora che prendi? Un cappuccino? Due cappuccini» disse con tono autoritario. «Serviti, intanto» fece indicando le briosce e le paste disposte nei vassoi di cartone sotto il vetro. Mara provò a far scorrere la lastra, ma spingeva in senso contrario; Bube le venne in aiuto. «Prendi quello che vuoi.» Mara ebbe paura a prendere una pasta, temeva di sporcarsi; si contentò di una brioscia. C’era parecchia gente, e lei stava in soggezione, ma anche questo in certo qual modo era piacevole: le faceva venir voglia di ridere; e poi essendo insieme a Bube non correva rischio di sfigurare, lui sapeva come comportarsi. Era andato alla cassa a pagare e a lasciare la valigia; tornò con lo scontrino, lo posò sul banco, ci mise sopra una moneta. «Grazie signore» fece il cameriere posando a sua volta le tazze fumanti. «Bube.» «Che c’è?» «Sei un tesoro.» «Parla piano, ti sentono.» «E che male c’è?» Ma lo sapeva anche lei che non bisogna farsi sentire quando si dicono delle frasi amorose. Il fatto è che la sua non era una vera frase amorosa: piuttosto una espressione di contentezza.

Pubblicato da Litteratour

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Dante Alighieri

Divina Commedia Inf.canto XXXI

Come quando la nebbia si dissipa,/ lo sguardo a poco a poco raffigura/ ciò che cela il vapor che l'aere stipa,/ così forando l'aura grossa e scura,/ più e più appressando ver la sponda,/ fuggìemi errore e cresciemi paura;/ però che come sulla cerchia tonda/ Montereggion di torri si corona,/ così ('n) la proda che 'l pozzo circonda/ torreggiavan di mezza la persona/ li orribili giganti, cui minaccia/ Giove del cielo ancora tona.

Pubblicato da Ermaurizio

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Dante Alighieri

Inferno, XXXII, 80-81

Se tu non vieni a crescer la vendetta di Montaperti, perché mi moleste ?

Pubblicato da claudio

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Giovanni Boccaccio

Decameron - IX giornata, novella IV

Cecco di messer Fortarrigo giuoca a Buonconvento ogni sua cosa e i denari di Cecco di messer Angiulieri, e in camicia correndogli dietro e dicendo che rubato l'avea, il fa pigliare a'villani e i panni di lui si veste e monta sopra il pallafreno, e lui, venendosene, lascia in camicia. [...] Erano, non sono molti anni passati, in Siena due già per età compiuti uomini, ciascuno chiamato Cecco, ma l'uno di messer Angiulieri, e l'altro di messer Fortarrigo. Li quali quantunque in molte altre cose male insieme di costumi si convenissero, in uno, cioè che amenduni li lor padri odiavano, tanto si convenivano, che amici n'erano divenuti e spesso n'usavano insieme. Ma parendo all'Angiulieri, il quale e bello e costumato uomo era, mal dimorare in Siena della provesione che dal padre donata gli era, sentendo nella Marca d'Ancona esser per legato del papa venuto un cardinale che molto suo signore era, si dispose a volersene andare a lui, credendone la sua condizion migliorare. E fatto questo al padre sentire, con lui ordinò d'avere ad una ora ciò che in sei mesi gli dovesse dare, acciò che vestir si potesse e fornir di cavalcatura e andare orrevole. E cercando d'alcuno, il qual seco menar potesse al suo servigio, venne questa cosa sentita al Fortarrigo, il qual di presente fu all'Angiulieri, e cominciò, come il meglio seppe, a pregarlo che seco il dovesse menare, e che egli voleva essere e fante e famiglio e ogni cosa, e senza alcun salario sopra le spese. Al quale l'Angiulieri rispose che menar nol voleva, non perché egli nol conoscesse bene ad ogni servigio sufficiente, ma per ciò che egli giucava e oltre a ciò s'innebbriava alcuna volta. A che il Fortarrigo rispose che dell'uno e dell'altro senza dubbio si guarderebbe, e con molti saramenti gliele affermò, tanti prieghi sopraggiugnendo, che l'Angiulieri, sì come vinto, disse che era contento. Ed entrati una mattina in cammino amenduni, a desinar n'andarono a Buonconvento. Dove avendo l'Angiulier desinato, ed essendo il caldo grande, fatto acconciare un letto nello albergo e spogliatosi, dal Fortarrigo aiutato s'andò a dormire, e dissegli che come nona sonasse il chiamasse. Il Fortarrigo, dormendo l'Angiulieri, se n'andò in su la taverna, e quivi, alquanto avendo bevuto, cominciò con alcuni a giucare, li quali, in poca d'ora alcuni denari che egli avea avendogli vinti, similmente quanti panni egli aveva in dosso gli vinsero; onde egli, disideroso di riscuotersi, così in camicia come era, se n'andò là dove dormiva l'Angiulieri, e vedendol dormir forte, di borsa gli trasse quanti denari egli avea, e al giuoco tornatosi, così gli perdè come gli altri. L'Angiulieri, destatosi, si levò e vestissi e domandò del Fortarrigo, il quale non trovandosi, avvisò l'Angiulieri lui in alcuno luogo ebbro dormirsi, sì come altra volta era usato di fare. Per che, diliberatosi di lasciarlo stare, fatta mettere la sella e la valigia ad un suo pallafreno, avvisando di fornirsi d'altro famigliare a Corsignano, volendo, per andarsene, l'oste pagare, non si trovò danaio; di che il rumore fu grande e tutta la casa dell'oste fu in turbazione, dicendo l'Angiulieri che egli là entro era stato rubato e minacciando egli di farnegli tutti presi andare a Siena. Ed ecco venire in camicia il Fortarrigo, il quale per torre i panni, come fatto aveva i denari, veniva. E veggendo l'Angiulieri in concio di cavalcar, disse: - Che è questo, Angiulieri? Vogliancene noi andare ancora? Deh aspettati un poco: egli dee venire qui testeso uno che ha pegno il mio farsetto per trentotto soldi; son certo, che egli cel renderà per trentacinque, pagandol testé. E duranti ancora le parole, sopravvenne uno il quale fece certo l'Angiulieri il Fortarrigo essere stato colui che i suoi denar gli aveva tolti, col mostrargli la quantità di quegli che egli aveva perduti. Per la qual cosa l'Angiulier turbatissimo disse al Fortarrigo una grandissima villania, e se più d'altrui che di Dio temuto non avesse, gliele avrebbe fatta; e, minacciandolo di farlo impiccar per la gola o fargli dar bando delle forche di Siena, montò a cavallo. [...] L'Angiulier, di gravissimo dolor punto, veggendosi rubare da costui e ora tenersi a parole, senza più rispondergli, voltata la testa del pallafreno, prese il cammin verso Torrenieri. Al quale il Fortarrigo, in una sottil malizia entrato, così in camicia cominciò a trottar dietro; ed essendo già ben due miglia andato pur del farsetto pregando, andandone l'Angiulieri forte per levarsi quella seccaggine dagli orecchi, venner veduti al Fortarrigo lavoratori in un campo vicino alla strada dinanzi all'Angiulieri, ai quali il Fortarrigo, gridando forte, incominciò a dire: - Pigliatel, pigliatelo. Per che essi chi con vanga e chi con marra nella strada paratisi dinanzi all'Angiulieri, avvisandosi che rubato avesse colui che in camincia dietro gli venia gridando, il ritennero e presono. Al quale per dir loro chi egli fosse e come il fatto stesse, poco giovava. Ma il Fortarrigo, giunto là, con un mal viso disse: - Io non so come io non t'uccido, ladro disleale, che ti fuggivi col mio. - E a' villani rivolto disse: - Vedete, signori, come egli m'aveva, nascostamente partendosi, avendo prima ogni sua cosa giucata, lasciato nello albergo in arnese! Ben posso dire che per Dio e per voi io abbia questo cotanto racquistato, di che io sempre vi sarò tenuto. L'Angiulieri diceva egli altressì, ma le sue parole non erano ascoltate. Il Fortarrigo con l'aiuto de' villani il mise in terra del pallafreno, e spogliatolo, de'suoi panni si rivestì, e a caval montato, lasciato l'Angiulieri in camicia e scalzo, a Siena se ne tornò, per tutto dicendo sé il pallafreno e' panni aver vinto all'Angiulieri. L'Angiulieri, che ricco si credeva andare al cardinal nella Marca, povero e in camicia si tornò a Buonconvento, né per vergogna a que' tempi ardì di tornare a Siena, ma statigli panni prestati, in sul ronzino che cavalcava il Fortarrigo se n'andò a' suoi parenti a Corsignano, co' quali si stette tanto che da capo dal padre fu sovvenuto. E così la malizia del Fortarrigo turbò il buono avviso dello Angiulieri, quantunque da lui non fosse a luogo e a tempo lasciata impunita.

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2019SI

Langton Douglas

Storia Politica e Sociale della Repubblica di Siena

E così i vincitori si avviarono alla Cattedrale, cantando, e giuntivi resero lode onore e gloria all'altissimo Dio, e ringraziavano la Santissima Vergine Maria che ha aveva dato cosi gran vittoria al suo popolo. Le esultanze durarono per tre giorni, durante i quali qua è là si videro per le vie continue processioni, e nelle chiese della città fu cantato il Te Deum e rigraziato Dio con alti cantici di lode. Le antenne del carroccio dei vincitori furono poste in Duomo, e si deliberò la costruzione di una chiesa in Pantaneto, in onore di San Giorgio, patrono dei cavalieri Tedeschi. E fu coniata una nuova moneta d'argento sulla quale alla vecchia leggenda " Sena Vetus" furono aggiunte le parole "Civitas Virginis". 6 Settembre 1260

Pubblicato da Ermaurizio

2019SI

Carlo Cassola

La ragazza di Bube

« A Volterra come si chiama la strada dove vanno a passeggio i fidanzati? » domandò Mara. « Il Corso » rispose Bube. « È una strada grande? » « No, tutt’altro… Volterra è una città vecchia, le strade sembrano tutte vicoletti. Di questa stagione però si può andare sul viale… quello è bello, largo… ci sono gli alberi, le panchine…»

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2019SI

Jean Paul Philippe

Site transitoire

Entre levers et couchers/ quelques pierres à travers champs/ l'une assise/ d'autres pour mémoire/ Une fenêtre sans mur, une demeure sans toit/ Stèles d'ombre

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2019SI

Eugenio Montale

Il Palio

La tua fuga non s’è dunque perduta/ in un giro di trottola/ al margine della strada:/ la corsa che dirada/ le sue spire fin qui,/ nella purpurea buca/ dove un tumulto d’anime saluta/ le insegne di Liocorno e di Tartuca./ Il lancio dei vessilli non ti muta/ nel volto; troppa vampa ha consumati/ gl’indizi che scorgesti; ultimi annunzi/ quest’odore di ragia e di tempesta/ imminente e quel tiepido stillare/ delle nubi strappate,/ tardo saluto in gloria di una sorte/ che sfugge anche al destino. Dalla torre/ cade un suono di bronzo: la sfilata/ prosegue fra tamburi che ribattono/ a gloria di contrade./ E’ strano: tu/ che guardi la sommossa vastità,/ i mattoni incupiti, la malcerta/ mongolfiera di carta che si spicca/ dai fantasmi animati sul quadrante/ dell’immenso orologio, l’arpeggiante/ volteggio degli sciami e lo stupore/ che invade la conchiglia/ del Campo, tu ritieni/ tra le dita il sigillo imperioso/ ch’io credevo smarrito/ e la luce di prima si diffonde/ sulle teste e le sbianca dei suoi gigli./ Torna un’eco di là: ‘c’era una volta…’/ (rammenta la preghiera che dal buio/ ti giunse una mattina) «non un reame, ma/ l’esile/ traccia di filigrana/ che senza lasciarvi segno/ i nostri passi sfioravano./ Sotto la volta diaccia/ grava ora un sonno di sasso, la voce dalla/ cantina/ nessuno ascolta, o sei te./ La sbarra in croce non scande la luce per/chi s’è smarrito,/ la morte non ha altra voce/ di quella che spande la vita»./ ma un’altra voce qui fuga l’orrore/ del prigione e per lei quel ritornello/ non vale il ghirigoro d’aste avvolte/ (Oca o Giraffa) che s’incrociano alte/ e ricadono in fiamme. Geme il palco/ al passaggio dei brocchi salutati/ da un urlo solo. È un volo! E tu dimentica!/ Dimentica la morte/ toto coelo raggiunta e l’ergotante/ balbuzie dei dannati! C’era il giorno/ dei viventi, lo vedi, e pare immobile/ nell’acqua del rubino che si popola/ di immagini. Il presente s’allontana/ ed il traguardo è là: fuor della selva/ dei gonfaloni, su lo scampanío/ del cielo irrefrenato, oltre lo sguardo/ dell’uomo – e tu lo fissi. Cosí, alzati,/ finché spunti la trottola il suo perno/ ma il solco resti inciso. Poi, nientr’altro.

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2019SI

Cecco Angiolieri

Rime sonetto CII

(Dante Alighier), s'i' so bon begolardo, tu mi tien' bene la lancia a le reni, s'eo desno con altrui, e tu vi ceni; s'eo mordo 'l grasso, tu ne sugi 'l lardo; s'eo cimo 'l panno, e tu vi freghi 'l cardo; s'eo so discorso, e tu poco raffreni; s'eo gentileggio, e tu misser t'avveni; s'eo so fatto romano, e tu lombardo. Sì che, laudato Deo, rimproverare poco pò l'uno l'altro di noi due; sventura o poco senno cel fa fare. E se di questo vòi dicere piùe, Dante Alighier, i t'averò a stancare; ch'eo so lo pungiglion, e tu se' 'l bue.

Pubblicato da Ermaurizio

2019SI

Fruttero e Lucentini

Il palio delle contrade morte

Intorno alla concava, inclinata piazza del Campo (che ha la forma di una conchiglia ed è pavimentata in cotto, a spina di pesce) corre un anello di pietra lungo poco più di 300 metri. Su questo perimetro, cinque giorni prima del Palio, una speciale miscela di tufo e sabbia, conservata e curata d'anno in anno in certe cantine dei magazzini del comune, viene sparsa e pressata per uno spessore di 20 cm e una larghezza di 7 metri e 50. Si dice allora che "c'è la terra in piazza", ossia che la febbre della gara è entrata nello stadio acuto. La corsa ( detta anche "carriera") è brevissima. I cavalli, montati a pelo dai fantini, devono percorrere tre soli giri di pista, e lo fanno in un centinaio di secondi. Ma quel minuto e mezzo, atteso, preparato, immaginato, sognato per un anno intero da un'intera città , e intollerabilmente repressi dall'ultima, sapiente, torturante dilazione del corteo storico, esplode infine con un furore liberatorio che non ha eguali in nessun'altra competizione del mondo. È come lo scatto di un'immensa molla, come un'eruzione vulcanica, come lo sfondamento di una diga, come .... Valeria (con la massima disinvoltura)- Come un orgasmo. Guido baldo- ecco, appunto.

Pubblicato da Ermaurizio

2019SI

Federigo Tozzi

Il podere

Quando Berto tornò a casa, era buio. Già, dentro Siena, avevano acceso i lampioni; e quando giunse a Porta Romana, si vedeva il Monte Amiata come rizzato lì per chiudere l’orizzonte. Egli entrò nell’osteria della Coroncina, e bevve mezzo litro, senza mettersi a sedere. Qualcuno lo salutò, ma aveva la smania di trovarsi alla Casuccia; perché gli venne in mente che gli avessero fatti chi sa quali torti durante la sua assenza e che gli dovessero capitare questioni feroci. Di rado, stava tranquillo! Non era più sicuro della propria volontà; e si sentì, un’altra volta, sul punto di piangere come in casa di Giulia. Ma, ormai, alla Casuccia mancava un mezzo miglio, piuttosto meno che più. Su l’aia, non incontrò nessuno; e, allora, dette un’occhiata alle stelle; come se conoscessero i suoi pensieri.

Pubblicato da daniella

2019SI

Santa Caterina da Siena

Lettere

L'anima non può vivere senza amore: conviengli amare o Dio o il mondo.

Pubblicato da Scaterina

2019SI

Federigo Tozzi

Il Podere

Vicino alle stalle, un fontone; dove lavavano i panni, abbeveravano i bovi e mandavano il branco delle anatre. Intorno al fontone, cinque salci e un orto rinchiuso con stocchi secchi di granturco. Da lì, una fila di cipressi a doppio; che salivano su un poggetto; dal quale si poteva vedere tutto il potere fino al confine della Tressa. In antico, la Casuccia era stata un piccolo ospedale per i pellegrini; e una mezza Madonna di terracotta era rimasta in una parete della stalla... Di Siena, dietro quattro o cinque poggi sempre più alti, quasi a chiocciola, si vedevano soltanto le mura; tra la Porta Romana e la Porta Tufi. Dalle mura in giù, i prati e i grani scendevano tagliati da poche strade, riunendosi a spicchi, verso qualche podere; con le case sui cocuzzoli degli poggetti, accerchiati dai cipressi. Si sentiva il treno della Val d'Arbia; quando, secondo i contadini, era segno di piovere.

Pubblicato da Litteratour

2019SI

Alda Pianigiani Garosi-Contrada dell

Quando la strada parlava"

"...la Peggia era la mamma di Nanni lo Staccioli, il nipote di Sandro. La Peggia era birba, lo dice la parola. Quando leticavano nel Rialto era sempre nel mezzo.." "..ma quanto avranno leticate nel Rialto?" "..nel rialto leticavano sempre e poi si volevano sempre bene. La miseria accomuna hai capito? Forse accomuna più dei soldi... Iadé era una donna che aveva fatto la vita e praticava Cecco, il cenciaiolo, il babbo di Ghigo. Iadé era una bella donna, fine anni Vento. Io non c'ero, ma lai' mamma me lo raccontava sempre. Il Ghetto non era un rione vero e proprio, era un agglomerato di case, perché poi nel '36-'37 ci mandarono anche gli sfrattato, quelli che stavano in Piazza d'Armi ...

Pubblicato da Ermaurizio

2019SI

Federigo Tozzi

Bestie

A Vico Alto i vecchi cipressi si fermano all'abside della chiesa di pietre. L'Osservanza non è lontana, e si vedono le strade prima sparire e poi ritornare verso Siena, quasi aspettate. Le strade sciupano i bei verdi simmetrici ma l'erba riescirà a rinascerci un'altra volta sopra. Se di quassù si sentisse crosciare il torrente, che si tiene con sé i salici e i gelsi! Ma, siccome è domenica, la gente passa proprio per il viottolo che lo rasenta: gente vestita bene e che si sofferma di quando in quando, forse incuriosita, a guardare attorno. Alcuni merendano, con un giornale steso nel mezzo. Vengono, per quell'altra strada che fa il giro lungo, le sordomute e poi le convittrici. Un contadino, appoggiato a un cipresso, fuma. Oh, anch'io voglio fare all'amore e voglio passare lungo il torrente; perché m'annoio a guardare le salamandre che scendono e risalgono dentro questa fonte dove le alghe mollicce e viscide intasano l'acqua!

Pubblicato da Litteratour

2019SI

Henry James

Confidence

Florence being oppressively hot and delivered over to the mosquitoes, the occasion seemed to favour that visit to Siena which I had more than once planned and missed. I arrived late in the evening, by the light of a magnificent moon, and while a couple of benignantly-mumbling old crones were making up my bed at the inn strolled forth in quest of a first impression. Five minutes brought me to where I might gather it unhindered as it bloomed in the white moonshine.

Pubblicato da LtourSI

2019SI

Dante Alighieri

Divina Commedia Inf. canto XXIX

E io dissi al poeta:"Or fu già mai/ gente sì vana come la sanese?/ Certo non la francesca sì d'assai!"/ Onde l'altro lebbroso, che m'intese,/ rispuose al detto mio:"Tra'mene Stricca/ che seppe far le temperate spese,/ e Niccolò che la costuma ricca/ del garofano prima discoperse/ nell'orto dove tal seme s'appicca;/ e tra'ne la brigata in che disperse/ Caccia d'Ascian la vigna e la gran fronda,/ e l'Abbagliato suo senno proferse./ Ma perché sappi chi sì ti seconda/ contra i Sanesi,aguzza ver me l'occhio ,/ sì che la faccia mia ben ti risponda:/ sì vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio,/ che falsai lì metalli con alchimia;/ e te deve ricordar, se ben t'adocchio,/ com'io fui di natura buona scimmia." Nella foto la sede dove si riuniva la Brigata Spendereccia

Pubblicato da Ermaurizio

2019SI

Mario Luzi

Ritorno a Siena

La misteriosa, deserta cavalcata di Guidoriccio da Fogliano si associava immancabilmente ai miei pensieri e quella landa tra quelle rocche era allora la campagna circostante e quella favola tutta la vita, la sua essenza, la sua febbre.

Pubblicato da LtourSI

2019SI

Alda Merini

Oro Leocorno N.U. 2007

Eppure tu mitico animale/ con un solo corno che non faceva guerra/ bianca/ alle impurità millenarie/ hai avuto il balzo della vittoria./ Così a volte la colomba che è in noi/ e che sembra non aggredire i cieli/ vola così in alto da contemplare le stelle./ Vittoria alata che non atterrano nessuna,/ vittoria di grazie e di giudizio/ che non fa sanguinare i prati.

Pubblicato da Litteratour

2019SI

Mario Luzi

Intervista Corriere della Sera 10/08/1999

A Siena mi trovai quasi immerso in una pagina celeste: quella città fu una rivelazione continua, rivelazione anche di un me che non conoscevo e che aspirava ad apprezzare, a godere, a glorificare l’arte o meglio qualcosa che produce non solo bellezza ma durata, una prospettiva di prolungamento e direi di eternità. Mi sembrò di stabilire un immediato colloquio tra me e le immagini della città, la sua architettura, il complesso urbanistico, le pitture antiche, vi colsi un nodo straordinario di esistenze e di solitudini. Scoprii quella tensione che è l’arte.

Pubblicato da LtourSI

2019SI

Cecco Angiolieri

Rime sonetto LXXXVI

S'i' fosse foco, ardere' il mondo; s'i' fosse vento, lo tempesterei; s'i' fosse acqua, i' l'annegherei; s'i' fosse Dio, mandereil'en profondo; s'i' fosse papà, aerei allor giocondo, ché tutti cristiani embrigarei; s'i' fosse imperator, sa' che farei? a tutti mozzarei lo capo a tondo. S'i' fosse morte, andarei da mio padre; s'i' fosse vita, fuggirei da lui: similemente d'aria da mi' madre. S'i' fosse Cecco, com'i' sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre; e vecchie e laide lasserei altrui.

Pubblicato da Ermaurizio

2019SI

Alda Merini

Contrade udite udite

Udite, udite/ stanche contrade/ messaggeri d’amore/ e di guerra che correte/ nel nome della Vergine/ in bocca ai leoni/ Esultate, udite,/ bellissime contrade/ piene di fate e/ balconi fioriti./ dell’amore e/ dell’ardita Toscana./ Bevete il vino/ e acqua per incoraggiarvi/ e sperate che poi vi/ abbandoni per la gloria della vita. Drappellone 16 agosto 2007 di Ugo Nespolo

Pubblicato da Litteratour

2019SI

Dina Cucini

Palio vampa del dinamismo senese

Sul cuore i colori/ spavaldamente accesi della mia contrada/ e la mia fiamma a brividi di ardore/ ansiosità repressa/ spasimo d'attesa camuffata/ di finta calma a movimenti queti/ sbandierata a sfiocchi larghi sulla seta/ alto guizzante a crepitii sonori./ Amorosi fruscii palpitamenti/ a schiocchi rapidi lucenti/ di chiara chiara aria arroventata/ di passione compressa straripata/ in guizzi balenii/ d'occhisguardirespiri ubriacati/ d'innamorato orgoglio dilatato/ al gioco inimitabile./ Armoniosa fiera grazia a mezzi giri/ a mezzi passi/ a braccio ad ansia a spiegamenti tesi/ febbre colori ansiosità lanciati/ alti col fiocco a gareggiar col vento./ Il Duomo sfuma/ il bianconero anelito di cielo/ in pinnacoli mistici marmorei/ a intagli leggiadrie di fresca spuma/ e colonnette trifore perfette/ ma Siena avvampa la ridesta vita/ dai silenziosi oblii dei muti vicoli scattata/ con incalzante furia esasperata/ a rullio di tamburi sulla dura/ anima trecentesca/ arsa di giallo tufo scalpitato/ d'impazienza pressata a mortaretti/ scoppianti in petto ai cuori accelerati/ imboccati alla Piazza traboccante./ Chiaro fresco zampillo di chiarine/ sbocciate sulla pista a sventolare/ urla d'amore e d'odio/ a guizzi di colore inalberato/ alla passione ritmica di Sunto./ La Martinella/ a lento tocco tinnulo nell'afa/ scande il cammino della nostra attesa/ delirata di spasimo compresso/ a sospiri profondi dolorati./ Presto dacci lo scoppio liberante! -/ Affanno scolorato in tremito convulso/ all'arco scuro del Comune in volta/ sbocca la nostra sete scalpitante/ in eterna e vibrante muta ansia al canape/ Via, vvia, vvviaaa! che ci scoppia il cuore a/tonfi sordi/ e nella gola stretta ci martella/ l'impossibile urlo/ appeso al retto canape arginante./ Attimi lunghi sulle mute bocche/ a ondate di silenzio mareggiato/ di bianche facce all'angolo converse/ a denti stretti e pugni chiusi dentro/ serrando la marea saliente/ a vampe dalla Piazza conchigliata/ di follia parossissima pressata/ a vibrazioni a balzi e ondulamenti/ di giallo rosso verde blu guizzanti/ irrequietissimi presaghi/ di demenza magnetica alitata/ dai fiatiocchi fissi elettrizzanti/ in brividi scorrevoli/ ai garetti avidissimi alle froge/ all'indogliata bocca sanguinante/ dei cavalli rampanti/ in rossa furia al cozzo/ del petto sulla fune, e all'urto/ alto s'impenna e sulla pista/ la liberata furia si scatena/ ad urlo uurlo uuurlo/ di demenza precipite abbrancata/ a nudo pelo di criniera in corsa/ in triplice vertigine ululata/ a spira travolgente scatenata/ in galoppo furioso ebbro nerbante/ ferocemente a sangue/ sangue stillando e sulla svolta a morso/ sciolto di briglia il Palio strappa a scoppio/ di ridestata quiete trasognata/ in largo respirare di bandiere/ e ricantare fresco della Fonte.

Pubblicato da Litteratour

2019SI

Aldo Palazzeschi

Poesie, 1926

Grida rampogne minacce, intrighi tradimenti... ma su tutto un sorriso, io pensavo il dì seguente, dopo una scena di colore come non vidi mai più bella, mentre il treno correva portandomi lontano da quelle mura che un miracolo conserva ai nostri occhi, e dove i più schietti parlatori d'Italiano giocano con tanta grazia alla discordia.

Pubblicato da daniella

2019SI

Rolando Ciampoli

Le ombre ritornano

Porta Giustizia si apriva dunque, verso l'attuale Cassia sulla strada Romana, ove si trovano ancora due località che la toponomastica moderna non ha cambiato di nome: l'Albergaccio e la Coroncina.Sono queste, oggi, due borgate mete delle scampagnate estive dei senesi che si fermano a gustare un buon saporito prosciutto campagnolo in mezzo a due fette di pane fresco di forno a legna, ed un frizzante bicchier di vino; ma ai tempi dell'antica Repubblica avevano una destinazione tutta diversa che quella piacevole di ora.L'Albergaccio rappresentava ció che oggi è il braccio della morte di San Quintin; ospitava infatti i condannati alla pena capitale, e, la Coroncina era il luogo in cui questi disgraziati trascorrevano in preghiera la loro ultima notte di vita, recitando la "coroncina" del Rosario, assistiti dai ferventi predecessori di padre Peyton, prima di essere condotti a Porta Giustizia ed esser decapitati "coram populo".

Pubblicato da daniella

2019SI

Alberto Camus

Carnets III

Mais surtout, surtout, refaire à pied, sac au dos, la route de Monte San Savino à Sienne, longer cette campagne d’olives et de raisins, dont je ressens l’odeur, par ces collines de tuf bleuâtre qui s’étendent jusqu’à l’horizon, voir alors Sienne surgir dans le soleil couchant avec ses minarets, comme une Constantinople de perfection, y parvenir la nuit, sans argent et seul, dormir près d’une fontaine et être le premier sur le Campo en forme de paume, comme une main qui offre ce que l’homme après la Grèce a fait de plus grand.

Pubblicato da Irymind

2019SI

Icilio Federico Joni

Affairs of a painter

One day, with another of my friends, I went down the slope of Fontegiusta, and when we came to the gate that closes off the alley, we were seized with curiosity to see what was on the other side. We took off our jackets and undershirts, and thus reduced in volume, we slid through the bars. Great was our surprise when we saw a beautiful unpaved path with a little field to the side, full of nettles and inhabited by countless crickets which we immedialtely set out to catch. I remember that we filled up a cap with them, and took them to show off to the other kids as trophies, extolling the results of our exploration. Un giorno, con un altro mio compagno, scesi la piaggia di Fontegiusta, e giunti al cancello che chiudeva quel vicolo, fummo presi dalla curiosità di vedere cosa poteva esservi dall'altra parte. Ci levammo la giacchetta e la sottoveste, e così diminuiti di volume, passammo attraverso le sbarre, e non fu poca la nostra sorpresa quando vedemmo una bella via senza selciato con un piccolo praticello a lato pieno di ortiche, e abitato da un'infinità di grilli ai quali demmo subito la caccia, ricordo che ne empimmo un berretto, e come trofeo lo portammo in mostra agli altri ragazzi, magnificando il risultato della nostra esplorazione.

Pubblicato da Ermaurizio

2019SI

Simone Martini

La Maestà

Diletti mei ponete nelle menti che li devoti vostri preghi onesti come vorrete voi farò contenti ma se i potenti ai deboli sien molesti gravando loro o con vergogne o danni le vostre oration non son per questi ne per qualunque la mia terra inganni

Pubblicato da LtourSI

2019SI

Federigo Tozzi

Bestie

Casa di Federigo Tozzi a Castagneto: Non ho mai guardato dentro un pozzo senza pensare alla morte. Quando la brocca, tirata su dalla contadina, la rivedevo dondolare al gancio della fune, mi pareva che fosse stata salvata. E prima di beverci, mettendola piegata alla bocca, lo sguardo a quell'altra acqua dove i riflessi del cielo si spezzavano! Aprendo la finestra, la mattina, la prima occhiata era al pozzo; la sera, rientrando a casa, mi allontanavo in fretta dal pozzo; il meriggio non mi riesciva a capire che cosa fosse un pozzo. E i mendicanti che si fermavano a bere! E le loro lingue molli della sua acqua! E la bella pioggia, limpida e allegra, che v'andava dentro giù per le grondaie contorte, attorno alla mia casa! E l'annaffiatoio che non ne aveva paura! E la capra che, belando, vi s'arrampicava!

Pubblicato da Amisaba

2019SI

Mario Luzi

Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini

Mi guarda Siena,/ mi guarda sempre/ dalla sua lontana altura/ o da quella del ricordo -/ come naufrago? -/ come transfuga?/ mi lancia incontro/ la corsa/ delle sue colline,/ mi sferra in petto quel vento,/ lo incrocia con il tempo -/ il mio dirottamente/ che le si avventa ai fianchi/ dal profondo dell'infanzia/ e quello dei miei morti/ e l'altro d'ogni appena/ memorabile esistenza.../ Siamo ancora/ io e lei, lei e io/ soli, deserti./ Per un più estremo amore? Certo.

Pubblicato da LtourSI

2019SI

Raimondo da Capua

Legenda Maior

La Santa fanciulla,alzati gli occhi,vide di faccia sospeso in aria sopra il tetto della chiesa dei frati predicatori(San Domenico),un bellissimo trono,ornato con magnificenza regale. Sopra, assiso come un imperatore, rivestito con abiti pontificali e in testa la tiara,cioè la mitria monarchica e papale,vi sedeva il Signore Gesù Cristo salvatore del mondo.Erano con lui Pietro,principe degli Apostoli,Paolo e il santo evangelista Giovanni.

Pubblicato da Litteratour

2019SI

San Bernardino da Siena

Prediche

Voltandomi a la pace, vego le mercanzie andare atorno, vego balli, vego racconciare le case, vego lavorare vigne e terre, seminare, andare a’ bagni, a cavallo, vego andare le fanciulle a marito, vego le grege de pecore, [...] E per queste cose, ognuno sta in santa pace e concordia. Guarda el suo opposito, a dire guerra! È una cosa ruvida tanto, che dà una rusticheza tanto grande, che fa inasprire la bocca. Voi l’avete dipènta di sopra nel vostro Palazo, che a vedere la Pace dipènta è una allegreza. E cosi è una scurità a vedere dipènta la Guerra dall’altro lato.

Pubblicato da Litteratour

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